Ipoglicemia

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Rubriche - Focus
Scritto da A. Giaccari   

ipoglicemia

“Stavo bene, ma il medico mi ha prescritto delle analisi di routine ed è venuto fuori che ho il diabete. Mi ha dato una medicina che mi ha fatto male, sarà ipoglicemia?”

Capita, purtroppo spesso, di ascoltare storie simili. L’ipoglicemia è il principale “nemico” della terapia del diabete. In forma lieve può essere semplicemente fastidiosa, mentre episodi più gravi possono avere conseguenze anche pericolose per la vita.

La paura dell’ipoglicemia è comune tra le persone con diabete di tipo 1, ma anche tra le donne con diabete gestazionale e persone con diabete di tipo 2 in terapia con certi farmaci. L’ipoglicemia non spaventa solo chi ha il diabete: il timore dell’ipoglicemia iatrogena (causata dal medico) rappresenta una limitazione anche per il diabetologo, che spesso rischia di essere troppo permissivo nella prescrizione della terapia.

Ma cos’è l’ipoglicemia, e quali sono le cause? L’ipoglicemia è una condizione in cui i livelli di zucchero (glucosio) nel sangue si riducono eccessivamente. Il glucosio è essenziale per la vita, perché è la principale fonte di energia per le cellule che formano il nostro corpo ed è quasi l’unica forma di energia in grado di far funzionare il nostro cervello. I livelli di glucosio sono strettamente controllati, perché sia l’ipoglicemia sia l’iperglicemia possono avere conseguenze dannose per la salute. Durante la digestione il corpo trasforma i carboidrati complessi assunti con il pasto (pane, pasta, riso, ecc.) in molecole più piccole che possano essere assorbite. La principale di queste molecole è il glucosio.
Durante la digestione il glucosio passa dall’intestino al sangue ma, fatta eccezione per alcuni organi come il cervello, non può entrare nelle cellule senza l’aiuto dell’insulina, un ormone prodotto dal pancreas. L’aumento dei livelli di glucosio nel sangue dopo un pasto costituisce un “segnale” per il pancreas, che inizia a rilasciare insulina. L’insulina, a sua volta, fa entrare il glucosio nelle cellule, che lo usano come “carburante”. Il glucosio che non è utilizzato immediatamente viene conservato nel fegato e nei muscoli.
Quando il glucosio entra nelle cellule la glicemia si riduce, tornando ai livelli normali (70-100 mg/dL), e il pancreas smette di produrre insulina per evitare che la glicemia scenda troppo. Anche quando non mangiamo, durante il digiuno, il cervello e tutto l’organismo utilizzano come fonte di energia il glucosio che era stato immagazzinato nel fegato; se finisce, il fegato ne produce di nuovo utilizzando le proteine. Nelle persone affette da diabete l’azione dell’insulina prodotta dal pancreas è meno efficace, o perché se ne produce poca (diabete di tipo 1) o perché le cellule non sentono l’effetto dell’insulina (diabete di tipo 2). Senza l’aiuto dell’insulina il glucosio non può entrare nelle cellule e i livelli di glicemia salgono. Per evitare questo, vengono prescritti farmaci che aiutano a ridurre la glicemia (ipoglicemizzanti), fino all’insulina. In particolari condizioni, alcuni di questi farmaci (insulina o medicinali che stimolano la produzione di insulina indipendentemente dalla concentrazione di glucosio nel sangue) possono abbassare troppo i livelli di glucosio e provocare ipoglicemia. Altri farmaci, come la metformina, il pioglitazone o le gliptine (chiamate anche inibitori del DPP-4) se assunti da soli o in combinazione fra loro non causano mai ipoglicemia.

ipo-sportVa sottolineato che l’ipoglicemia da farmaci si verifica solo quando la dose del farmaco è troppo alta rispetto ai valori di glucosio nel sangue, ad esempio se per sbaglio si prende una pillola in più o troppe unità di insulina, se si mangia meno del solito o se si esagera con l’attività fisica. L’ipoglicemia può essere anche causata dal consumo eccessivo di bevande alcoliche o, in certi casi, dalla presenza di altre malattie.

Come riconoscere l’ipoglicemia?

Dal punto di vista “numerico”, si parla di ipoglicemia quando i livelli di glucosio scendono al di sotto di 70 mg/dL. Tuttavia è bene sapere che, in persone che hanno il diabete da molto tempo o quelle in cui la glicemia è poco controllata, i sintomi dell’ipoglicemia possono presentarsi anche a valori più elevati, in alcuni casi fino a 100 mg/dL. Questo accade perché l’organismo nel tempo si adatta a livelli di glucosio più alti e percepisce come troppo bassi valori di glicemia altrimenti normali. In ogni caso, il corpo ha bisogno di un costante rifornimento di glucosio (proveniente dal pasto o dalle riserve nel fegato).
Quando il glucosio nel sangue si riduce troppo a causa di un dosaggio di farmaco eccessivo o perché il corpo ne consuma di più (ad esempio nell’attività fisica intensa), il nostro cervello non ha più l’energia necessaria a svolgere le sue funzioni e si manifestano i sintomi dell’ipoglicemia. Questi rappresentano un “segnale d’allarme”, è il modo in cui il corpo ci informa che ha bisogno di carburante. È quindi importante essere in grado di riconoscerli.

offuscamentoNe sono esempi la confusione mentale, i disturbi della vista (“vederci doppio” e offuscamento della vista), ansia, sudorazione, sensazione di fame, palpitazioni (il cuore che “batte in gola”), debolezza e tremori. Nei casi più gravi, se l’ipoglicemia non viene riconosciuta e trattata subito, si può arrivare alla perdita di coscienza e perfino al coma. Sintomi simili possono essere causati anche da altre malattie e l’unico modo per essere certi che si tratti davvero di ipoglicemia è misurare i livelli di glucosio nel sangue. È possibile che alcune persone affette da diabete non avvertano i sintomi precoci dell’ipoglicemia. Questo avviene soprattutto nelle persone che hanno il diabete non tenuto sotto controllo per molto tempo, o quando gli episodi di ipoglicemia si verificano spesso. Nel primo caso la mancanza di sintomi è dovuta ai danni che il diabete provoca a livello del sistema nervoso, la cosiddetta “neuropatia diabetica”.

Nel caso delle ipoglicemie frequenti, con il tempo il corpo sviluppa una sorta di tolleranza. Entrambe le situazioni causano una riduzione della sensibilità e dell’efficienza con cui il corpo segnala che i livelli di glucosio nel sangue sono troppo bassi. Alcuni farmaci, come i beta-bloccanti (usati per la terapia dell’ipertensione arteriosa), possono talvolta avere lo stesso effetto. In assenza di sintomi si corre il rischio di accorgersi dell’ipoglicemia solo quando si presentano segni più gravi, come perdita di coscienza o crisi epilettiche. Va inoltre ricordato che in alcune persone, ad esempio coloro che oltre al diabete soffrono di malattie del cuore, gli episodi di ipoglicemia possono aumentare la probabilità di eventi cardiovascolari molto gravi, come l’infarto o l’ictus.
Chi legge questa rivista sa bene che i diabetologi raccomandano di mantenere i valori di emoglobina glicata (HbA1c, un’analisi del sangue che riflette i valori di glicemia nei 2-3 mesi precedenti) al di sotto del 7%. Tuttavia, per evitare l’ipoglicemia e le sue conseguenze deleterie, nelle persone considerate più fragili è opportuno “allentare” questo obiettivo, e prescrivere terapie meno aggressive. Si ritiene che valori di emoglobina glicata pari a 7,5%-8,5%, secondo i casi, siano accettabili nelle persone che non avvertono i sintomi dell’ipoglicemia, in quelle che hanno presentato episodi di ipoglicemia particolarmente gravi o frequenti e quando l’ipoglicemia potrebbe avere conseguenze particolarmente gravi, come nei bambini o nelle persone anziane affette da altre malattie.


Come affrontare l’ipoglicemia?

Nei casi di ipoglicemia lieve o moderata, cioè i casi in cui si è ancora coscienti e in grado di prendere provvedimenti da soli, è sufficiente mangiare un po’ di zucchero, o carboidrati a rapido assorbimento. Prima, però, si deve innanzi tutto verificare che i livelli di glucosio nel sangue siano effettivamente bassi (al di sotto dei 70 mg/dL). Una volta confermata l’ipoglicemia, si deve agire secondo la “regola del 15”: assumere 15 grammi di glucosio (un cucchiaio di zucchero o miele, 3 o 4 zollette di zucchero o mezzo bicchiere di succo di frutta), ricontrollando la glicemia dopo 15 minuti per assicurarsi che sia salita almeno a 70 mg/dL. Se questo non accade, si devono assumere altri carboidrati a rapido assorbimento e ripetere questi passaggi finché la glicemia non rimane stabilmente sopra a 70 mg/dL.

È importante sapere che l’azione dell’insulina o di altri farmaci può essere prolungata nel tempo e causare nuovi episodi di ipoglicemia nelle ore successive: dipende da quanto dura il farmaco che ha provocato l’ipoglicemia. Una volta ristabilita la glicemia, si devono mangiare dei carboidrati a lento assorbimento (ad esempio 50 grammi di pane), soprattutto se il pasto successivo è lontano. Se si hanno sintomi tipici dell’ipoglicemia ma non si ha a disposizione un glucometro, nel dubbio conviene comunque assumere zuccheri, per poi misurare la glicemia appena possibile. Nel caso di ipoglicemia grave, quando si perde coscienza, è invece necessario l’aiuto di altre persone. L’ipoglicemia grave si manifesta raramente e principalmente nelle persone con il diabete di tipo 1. L’iniezione intramuscolare (come una qualsiasi altra iniezione) di glucagone, un ormone che ha effetti opposti a quelli dell’insulina e quindi aumenta rapidamente la glicemia, è la terapia da somministrare in questi casi. Il diabetologo istruirà i familiari su come affrontare eventuali episodi di ipoglicemia grave; con un po’ di istruzioni si può essere anche più rapidi ed efficaci del 118.

fette-biscottateCome prevenire l’ipoglicemia?

L’ipoglicemia iatrogena è la più frequente causa di ipoglicemia. È importante informare il medico sulle proprie abitudini alimentari e sul livello di attività fisica che si svolge in modo che, insieme, si possa determinare qual è la dose giusta di farmaco ipoglicemizzante da assumere. In generale, prima di modificare la terapia anche su suggerimento di un medico, si deve sempre consultare il diabetologo. Sarà utile prendere nota delle situazioni in cui si è manifestata l’ipoglicemia (cosa si stava facendo, quando e cosa si era mangiato, quando erano stati assunti i farmaci, che sintomi si sono avuti e quali erano i valori della glicemia) per aiutare il diabetologo a gestire al meglio le eventuali modifiche della terapia. Il diabetologo inoltre spiegherà come comportarsi nelle diverse situazioni, ad esempio nel caso di attività fisica intensa. L’esercizio fisico è fondamentale per il benessere generale, specialmente nelle persone con diabete, perché può aiutare a ridurre i livelli di glicemia (i muscoli consumano più glucosio durante l’attività fisica) e la necessità di farmaci. Tuttavia, nelle persone in terapia con farmaci che possono causare ipoglicemia, i livelli di glucosio nel sangue possono abbassarsi eccessivamente durante l’attività fisica intensa e/o prolungata (ad esempio una partita di calcio o di tennis). Prima di iniziare l’attività fisica è buona regola misurare la glicemia e, se questa è inferiore a 100 mg/dL, mangiare un po’ di carboidrati a lento assorbimento (ad esempio due frutti o 5-6 fette biscottate).

Una situazione in cui l’ipoglicemia può essere particolarmente rischiosa è la guida. Per evitare pericoli per se stessi e per altri, le persone che sanno di essere a rischio dovrebbero controllare la glicemia prima di iniziare a guidare e, durante i lunghi viaggi, fare piccoli spuntini a base di carboidrati a lento assorbimento per mantenere i livelli di glucosio costanti. Infine, è importante alimentarsi regolarmente, senza saltare i pasti e, nel caso in cui si beva dell’alcol, farlo con moderazione e sempre durante un pasto che contenga carboidrati. La paura dell’ipoglicemia tra le persone con diabete è comune e giustificata, ma rappresenta anche una delle principali cause di aumento di peso. Spesso, infatti, per il timore di “andare in ipoglicemia”, i pazienti esagerano con gli zuccheri. Per questo è fondamentale, nel sospetto di ipoglicemia, controllare sempre i livelli di glucosio; se questi sono normali, non si deve mangiare nulla: non c’è alcuna ipoglicemia da trattare e, mangiando, si induce solo il contrario, l’iperglicemia.


 

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